venerdì 10 febbraio 2017

Lettera pubblica a Errejón *: Noi donne non siamo uteri in affitto.

 Lidia Falcón, politica e scrittrice spagnola.






Iñigo Errejón nel programma Hoy por Hoy  mattina SER, l’8 febbraio, si è pronunciato a favore dello affitto dei ventri delle donne  per soddisfare i desideri di quei genitori che vogliono figli fabbricati con il proprio sperma.
Ha aggiunto che si dovrebbero adottare  correttivi e controlli, perché questa pratica che chiama “maternità surrogata” non significa lo sfruttamento delle donne povere, esprimendo così la sua compassione per tali soggetti.
Nel corso della intervista  Iñigo Errejón, ha fatto auto-critica, perché il suo partito è immerso più nella discussione dei problemi organizzativi e di concorrenza tra le diverse fazioni che si disputano il potere, che nel risolvere le mancanze delle persone.
Delle persone che non sono donne, perché nessuno degli sfruttamenti e delle minacce che le colpiscono, fino a ucciderle, erano presenti nel suo discorso. Persino la giornalista ha dovuto fargli notare che quando parlava della maternità surrogata, non aveva pronunciato neppure una volta, la parola donna, come se il tema riguardasse gli uomini allo stesso modo o fosse una questione al di fuori della specie umana.

Il signor Errejón ha iniziato la sua riflessione dicendo che tutti hanno il diritto di avere figli. Indubbiamente, per un professore di Scienza Politica è un’analisi estremamente povera come spiegazione  di un problema che colpisce migliaia di donne, nella loro vita più privata.
Perché come esperto  di relazioni umane dovrebbe sapere che i diritti di alcuni non si possono esercitare contro i diritti dei più. Il diritto alla paternità non vuol dire che per poterlo esercitare si possa disporre del corpo di una donna, bombardandolo di ormoni, inserendole un ovulo  - proprio o estraneo fertilizzato – e aspettando che la gravidanza arrivi a termine, per strapparle poi il figlio, in modo irreversibile. E tutto questo per denaro.
A questo professore di politica che grida quotidianamente contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte delle potenze economiche, non lo tocca lo sfruttamento delle donne da parte di tutti i poteri:quello capitalista e quello patriarcale.
Se Errejón ricorda la massima che la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella degli altri e se si fosse formato di più in femminismo che nel suo indigesto mentore Laclau, non si sarebbe pronunciato con questa leggerezza sul terribile dramma che sta ora assediando le donne povere in diverse aree del mondo. Quelle governate dai politici che si sono posti al servizio delle grandi compagnie farmaceutiche, delle agenzie che cercano ragazzine nelle zone rurali dell'India, Pakistan, Bangladesh, Ucraina, per negoziare, un miserabile contributo che danno alla famiglia, le loro ovaie, i loro grembi, la loro resistenza fisica, disprezzando la loro dignità come essere umano, i loro sentimenti ed emozioni: machisti che vogliono essere padri a costo di strappare il bambino alla donna che gesta e partorisce.

No, signore Errejón, le donne non sono vasi, o provette né cave d’India per esperimenti né abbiamo i ventri unicamente come fabbrica di bambini. 
Le donne non investono soltanto nella maternità gli ovuli e gli ormoni, che producono le loro ovaie, il calcio, i minerali e le sostanze nutritive che costruiscono il feto; non soltanto noi donne sopportiamo per nove mesi, che la nostra anatomia ci cambi fino a renderci quasi irriconoscibili come quelle  persone che eravamo prima della fecondazione; noi donne non soltanto perdiamo il turgore dei seni e la tonicità dei muscoli nel difficile compito di dare vita a un altro essere umano, così lentamente; non soltanto perdiamo la capacità di muoverci con agilità; di compiere lavori pesanti e di realizzare esercizi fisici durante i nove mesi;non solo soffriamo dolori, lacerazioni, parti cesarei e, talvolta infezioni, durante il parto e abbiamo bisogno di giorni per recuperare tanta sofferenza ma come esseri coscienti di ciò che sta accadendo investiamo sentimenti ed emozioni, speranze e timori, gioie e paure in questa fase trascendente della nostra vita. E, allo stesso modo,che nella schiavitù si usa non soltanto la capacità lavorativa del lavoratore ma la persona tutta è perciò infame, manipolare il corpo femminile per fertilizzarlo, ingravidarlo e, poi, sottrargli il “prodotto”, come se si trattasse di avere fabbricato  scarpe. E’ anche questo infame.

Per questo è vergognoso che i politici che pretendono di lavorare per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, che denunciano le aziende e le oppressioni sofferte dai lavoratori, che scrivono lunghi manifesti contro un sistema economico e politico che condanna alla miseria, alla ignoranza, alla tristezza e al dolore milioni di persone, siano così crudeli con le donne, per soddisfare i desideri di una manciata di uomini ricchi.

Perché, essere padre o madre, è un diritto ma non una necessità. Milioni di uomini e donne non hanno i bambini per vari motivi, oggi, sempre più volontaria – e non gli accade nulla.
Noi donne non siamo vasi né provette né cavie d’India per testare esperimenti scientifici.
E aggiungo: gli uomini neppure sono stalloni. Gli uomini, quelli che possono vantarsi di esserlo, non debbono approfittarsi della povertà, della impotenza, della immaturità di povere ragazze, per soddisfare questo presunto desiderio di paternità. Perché se davvero ciò che li spinge è la generosità di prendersi cura di un bambino, nel mondo ci sono milioni di creature che hanno bisogno di padri e madri.

Questi amabili uomini che non adotterebbero i minori che ne hanno bisogno, ciò che vogliono è perpetuare il loro seme, proprio come patriarchi biblici. Per essi non sono passati i secoli di progresso sociale e umano, che hanno portato al rispetto delle donne poiché esseri umani.
Per loro la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, del 1948, accelerata dopo le tragedie orribili delle contese del XIX e XX secolo, non si applicano al sesso femminile, perché per loro le donne non sono altro che questo:  sesso e ventre riproduttore.

E non gli importa neppure dei diritti dei bambini. Poiché queste creature fabbricate su richiesta dei padri non avranno nessuna conoscenza delle loro radici, dei loro antenati, della storia, della cultura della biografia della loro madre e della famiglia della madre. Privando questi nuovi uomini e donne della conoscenza  della comunità umana da cui provengono. Fabbricati come il mostro di Frankenstein per soddisfare il desiderio di chi può pagarlo.

E ora, nei momenti decisivi di questa immediato  Congresso in cui dirigenti e militanti di Podemos, che deve definire e risolvere  che tipo di formazione politica sarà, quali scopi sociali avrà, quale programma difenderanno, cosa possiamo aspettarci da loro e in che modo possiamo confidare a che ci difendano da così tanti poteri predatori e crudeli che ci schiavizzano, se i suoi militanti e dirigenti decidono che le donne possano essere trattate come pecore o vacche, approvando quello che chiamano "maternità surrogata", perderemo la speranza che questo partito sia progressista e possa cambiare la società a nostro beneficio.
E se dopo tante dichiarazioni di femminismo come hanno fatto le donne di Podemos, voteranno a favore di tale infamia, sarà chiaro che né sono femministe né sicuramente sono consapevoli di essere donne.

Note

Íñigo Errejón politico e politologo spagnolo tra i fondatori nel 2014 di Podemos

traduzione di Lia Di Peri


http://blogs.publico.es/lidia-falcon

martedì 31 gennaio 2017

Loca del coño * e musulmana





Non ho mai amato le etichette perché limitano i miei sguardi.
Il linguaggio ha molta carica politica che una semplice parola è sufficiente per castrare un sano dialogo, fondamentalmente perché una delle parti ha già predefinito nella sua mente un'idea monolitica che non sempre corrisponde alla definizione che l'altra persona ha di se stessa. Dire “ sono musulmana” può essere una prigionia del pensiero, perché parte da una idea costruita dalla colonialità. Dedico, quindi, questa mia prima pubblicazione alla mia presentazione.
Sono una pazza per la fica e di condizione musulmana (sì, ho scritto condizione e non identità).
Mi piace iniziare la mia presentazione dicendo che “sono una eusko-mora*, sovversiva, anarco-femminista, islamica”. Sono musulmana per convinzione, nata in una famiglia, "cattolica romana".
Con orgoglio mi definisco figlia dell’emigrazione galiziana a Parigi, nata in un momento storico in cui questo paese chiamato Spagna era sommerso in un processo privo di libertà e di poco pane per sfamare tante bocche affamate. Mi piace ricordarlo, perché penso sia importante non dimenticare la nostra memoria storica e per comprendere che le migrazioni sono parte della nostra tradizione. E’ bene che assumiamo che come noi siamo andati alla ricerca di prosperità e sicurezza, altre persone fanno lo stesso adesso che dichiarano che siamo una democrazia sviluppata.
Sono stata educata sotto i parametri binari, dove la eteronormatività era "normale". Ho sviluppato durante la adolescenza una evidente contraddizione sociale volendo veder realizzato il mio sogno di “essere un bambino”, non tanto per desiderio di identità ma per l’ansia di godere dei privilegi che a essi erano riconosciuti.
A quattro anni presi coscienza dei loro privilegi, quando ho desiderato possedere la macchina rossa a pedali, che ammiravo ogni giorno nella vetrina del negozio di giocattoli mentre andavo nel parco. La risposta era sempre la stessa: "Le macchine sono per i maschietti."
E’ così che è cominciato il mio desiderio di essere un bambino per possedere la macchina rossa, giocare a calcio, a rugby o, anche, non dovere indossare gli scomodi vestiti che mi impedivano di giocare in libertà. Anche se nonostante ciò finivano per essere usati come paracadute, mentre tiravo la cima di un albero, slogandomi anche qualche caviglia. Volevo essere un bambino per potermi sedere come più mi piaceva, correre e urlare quanto volessi, giocare alla Playmobil o avere la mia collezione di Transformer.
A occhi alieni è ciò che la nostra società ha comunemente descritto come un maschiaccio.
Anche se sono nata all'estero, dopo la morte di Francisco Franco, dovetti ritornare e adattarmi alla nuova realtà.
 Sono passata dal vivere in uno Stato laico a uno a-confessionale, con chiari favoritismi verso la Chiesa cattolica, un fatto che continua da quattro decenni dopo la rottura di un monotelismo religioso imposto con la forza nel corso degli ultimi cinque secoli, tranne nelle due repubbliche.
A sei anni ho preso coscienza del mio ateismo, quando ho detto nell’ora di religione che se Gesù era figlio di Dio e, quindi, Dio ero io, essendo allora figlia di Dio, potevo essere benissimo io Dio.
Ho ancora nei miei occhi lo stupore della insegnante, una affettuosa suora, che in quel momento, mostrò tutta la sua rabbia di fronte a una simile dichiarazione. Trentacinque anni dopo, sostengo ancora la stessa idea.
Io non credo alla costruzione che la nostra società fa di Dio né credo nel suo concetto di religioni e neppure nelle strutture verticali in cui le donne sono state espulse dalla leadership spirituale. Tendo a rifiutare le definizioni che, terze persone, fuori dall’Islam, fanno sulla mia condizione di musulmana come se fosse verità inconfutabile, razionale e da libera postura colonialista. Perché condizione? Perché, come ho capito la condizione musulmana è lo stato naturale degli esseri viventi, non solo degli animali umani.
Dal mio modo di intenderlo, l’Islam, non è una religione né monoteista né Allah è chiamato Dio. Non mi identifico con il concetto di “credente”, così come lo vivo, non c'è scelta di credere o non credere in Allah. Allah lo sento o non lo sento. Sì, lo so. Non ha nulla a che fare con la costruzione di parole che ha limitato il pensiero della nostra società. Forse, perché, durante questi ultimi cinque secoli, chi si è appropriato del diritto all'interpretazione e alla epistemologia dell'Islam, sono stati uomini bianchi eterosessuali non musulmani.
Per questo credo in un femminismo decoloniale e alla necessità che noi, le protagoniste, recuperiamo il nostro legittimo diritto di definire noi stesse, senza interferenze, senza aggiunte né cariche soggettive che arrivino da una prospettiva teologica antropocentrica, lontana dalla cosmologia islamica.
A noi tocca decostruire, decolonizzare lo sguardo e imparare a fare della diversità un potente strumento di sinergie per porre fine a questa piaga violenta chiamato sistema patriarcale.
Ti unisci alla mia jihad di genere?
P.S. Essere musulmana non è sinonimo di araba. Quando mi inviti a casa tua, non è necessario che mi prepari un cus-cus, per farmi contenta, perché se anche mi piace, continuo a decantare una frittata di patate o di verdure bollite. Non è neppure necessario che mi offri un tè alla menta, che è molto ricco ma preferisco un succo naturale di frutta di stagione.
Per quanto riguarda la musica, mi rendo conto che si desideri deliziarmi con ritmi del Maghreb ma, a essere sincera, mi piace di più il rock e il metal.

lunedì 16 gennaio 2017

I fiori del deserto che studiano, lottano e resistono.

Isabel Lourenço




Leila ha 20 anni,una ragazza apparentemente fragile, dolce e con un’energia inesauribile.
E’ una studente sahraui, studia inglese in una università del Marocco come tanti altri studenti sahraui dei territori occupati che non hanno altra scelta che studiare nelle università ubicate in Marocco, lontani dalle loro famiglie e le loro case e alla mercé della discriminazione dei professori del regime dell’occupazione.

La famiglia di Leila, come molte altre, ha prigionieri politici, desaparecidos e morti saharawi la cui unica colpa è di rivendicare i loro ancestrali diritti alla loro terra e patria.
Ho conosciuto questa ragazza tre anni fa, quando ho fatto la traduttrice per la prima volta durante il processo di un prigioniero politico saharawi.  Ricordo quanto fosse spaventata ma ha deciso con risoluto coraggio e nonostante tutte le difficoltà di superare le sue paure e di assolvere il suo compito.
Attivista sahraui lotta e resiste senza violenza. Lei vuole il suo paese libero dagli occupanti illegali e non ha dubbi che la vittoria sarà del popolo Sahraui.

L’ho incontrata nuovamente diverse volte e sempre con la stessa determinazione, una determinazione che non diminuisce nonostante la feroce repressione dell'occupante.
Leila vive in una famiglia di donne, il padre è morto, la madre non si è risposata e ha una sola sorella. Le difficoltà sono molte, ma la madre incoraggia le sue figlie e il resto della famiglia.
Le giovani saharawi sono incoraggiate dalle loro famiglie a studiare e in nessun momento sono viste come un peso o come membro meno valido della società sahraui. Al contrario, questi fiori del deserto con i loro melfas (abito tradizionale) colorati e i loro magici sorrisi, sono guerriere, donne forti che hanno la capacità di decidere e combattere, organizzare e guidare, molte di loro sono simboli della resistenza dentro e fuori i territori occupati.

La questione dell’autodeterminazione è essenziale – mi dice Leila – è l’unica soluzione ed è una giusta soluzione per il nostro popolo, e noi non smetteremo mai di lottare per il nostro paese.
Le ho raccontato che avevo una studente portoghese che scriverà una tesi nella quale sostiene che i sahraui sono più radicalizzati, che le donne sahraui, oggi, sono meno indipendenti, che non sono motivate a uscire da casa e studiare per ottenere il diploma e rappresentare il loro paese.
Guardo intorno alla stanza piena di donne sahraui che ridono, risate di incredulità e stupore. Esse sono uno degli esempi viventi che tutte queste sono menzogne e mi dice: Guardaci qui e guarda i campi dei rifugiati, le mie amiche studiano, guidano, organizzano, chi afferma queste cose non ci conosce e l’unica cosa che fa è diffondere bugie.

Parliamo del mondo, delle guerre, degli attacchi, Leila come tutti gli saharawi non sono contenti della manipolazione della loro religione, “l’Islam non è nulla di tutto questo, noi vogliamo la pace e condanniamo questi attacchi”, mi ripetono tutti gli studenti saharawi con cui ho parlato.
Uno delle giovani saharawi nella stanza, una giornalista, è malata, i suoi compagni cercano di incoraggiarla e le danno un rimedio fatto in casa. Questa solidarietà, il rispetto e l'affetto tra i Sahrawi sono qualcosa di unico.  Il rispetto degli uomini sahraui alle donne, non per imposizione o standard ma per cultura e tradizione è degno di essere citato più e più volte.
Sai quando una di noi è aggredita dalle autorità dell’occupazione è la stessa cosa che se attaccassero 100 uomini. E’ un crimine. Aggredire o insultare una donna è impensabile per la nostra società. Un uomo che maltratta una donna è condannato all’ostracismo da tutti. Mi dice Leila.

Ritorniamo a parlare delle difficoltà di studiare essendo sahraui nei territori occupati.
Molte professioni sono proibite ai saharaui come medicina, ingegneria, fisica. Il fatto di dover studiare in Marocco comporta una spesa enorme per la famiglia che riduce le possibilità di accesso. Leila non vive nel campus, perché non è sicuro, non possiamo fidarci gli studenti marocchini e ci sono molti poliziotti e quando ci sono proteste invadono le nostre case, dice.

Le chiedo dei 144 studenti saharawi in attesa di giudizio da più di un anno nel carcere di Marrakech. "Sono stati arrestati dopo le manifestazioni, hanno avuto sfortuna è la nostra vita. Nessuno parla di noi, perché non facciamo notizia?”.
Il giorno prima la ragazza era andata a visitare il prigionieri Gdeim Izik nel carcere di El Arhat mi ha detto con un luccichio negli occhi: "Come faccio a lamentarmi per così poco. Erano emozionati e sorridenti, che coraggiosi! Mi hanno trasmesso tanta forza e sono un esempio della nostra lotta. Sono innocenti sui quali pesa una pena di 20 anni all’ergastolo, però sorridono!”.

Guardo questa giovane, che in qualsiasi momento può essere arrestata e torturata, una giovane donna che ha affrontato il Tribunale di Sale, un intero giorno, nella manifestazione a sostegno di Gdeim Izik con molti altri giovani, le loro famiglie e amici e vedo la forza, l’incredibile forza, che possiede chi ha ragione, chi difende la giustizia, chi difende la pace.

(traduzione di Lia Di Peri)


http://porunsaharalibre.org

martedì 3 gennaio 2017

Il femminismo rivoluzionario comunista: Alessandra Kollontaj (I)

In occasione del centenario della rivoluzione bolscevica (ottobre 1917- 2017) ho deciso di rendere visibile un movimento femminista che è stato volutamente occultato dalla storia prima e dalla maggior parte dei femminismi occidentali: il femminismo di classe o socialista.
Eppure nella Russia sovietica il contributo delle donne alla rivoluzione è stato enorme e,lo stesso Lenin - se pure tardivamente - riconoscerà questo contributo, dichiarando che furono proprio le donne a sca
tenare il processo rivoluzionario, la testimonianza delle tante donne parte attiva di questa rivoluzione, non solo militanti ma anche dirigenti è una minima parte della immensa bibliografia rivoluzionaria ma è stata intenzionalmente nascosta e lasciata fuori dalla storia dei femminismi.


"È tempo di disfarsi dell'ipocrisia del pensiero borghese. È tempo di confessare con franchezza che l'amore è non soltanto un fattore imperioso della natura, una forza biologica, ma è anche un fattore sociale. L'amore è un'emozione profondamente sociale nella sua essenza. In tutti gli stadi della evoluzione dell'umanità (sotto forme e aspetti diversi certo), l'amore è apparso come parte integrante della cultura spirituale della società. La borghesia stessa, che parlava dell'amore come di un «affare privato», salvava di fatto le sue norme morali per incanalare l'amore nella direzione che meglio serviva i suoi interessi di classe. A maggior ragione l'ideologia della classe operaia deve tener conto dell'importanza dell'emozione d'amore in quanto fattore che può essere utilizzato (al pari di qualsiasi altro fenomeno psico-sociologico) per il bene della collettività. Che l'amore non sia affatto un fenomeno «privato», una semplice storia tra due «cuori» che si amano, che racchiuda in sé un "principio di coesione" prezioso per la collettività è dimostrato dal fatto che l'umanità, in tutte le tappe del suo sviluppo storico, ha dettato delle norme per determinare «come» e «quando» l'amore doveva considerarsi «legittimo» (rispondente cioè agli interessi della collettività del momento), e quando invece doveva considerarsi «colpevole», criminale (cioè in conflitto con gli obiettivi posti dalla società)."
 Aleksandra Kollontaj, Eros alato.

lunedì 10 ottobre 2016

Afrofemministe: Sappiamo emanciparci da sole.

Questa lotta intersezionale contro il sessismo, il machismo, il capitalismo incomincia a diventare forte nei paesi europei con una grande popolazione nera come la Francia. Le promotrici sostengono la loro ascendenza africana, optano per la lotta non-mista e si rifiutano di essere tutelate dal femminismo bianco.


 di Andrea Olea



"Il femminismo come quello delle Femen non cerca l'abolizione del patriarcato né di altri sistemi di dominio. Il suo scopo è quello elevare le donne bianche di classe media e alta allo stesso livello degli uomini bianchi, rafforzando la divisione razziale e sociale. La sua liberazione femminista è imperialista, occidentale e colonialista.”. Sono parole di Fania Noel, militante del collettivo afrofemminista francese Mwasi.
Noël, diretta e polemica è una delle leader più visibili in Francia di un movimento, l’Afrofemminismo, che cerca di superare la supposta universalità promosso dalla tradizionale corrente femminista, puntando alla lotta intersezionale contro la discriminazione di genere ma anche di razza, religione o classe sociale.
"L’ afrofemminismo nasce da un incrocio di lotte", spiega con meno virulenza la giornalista senegalese Rokhaya Diallo, residente a Parigi . "Le donne negre si sono rese conto che dentro il movimento femminista, la maggioranza bianca privilegiata trascurava le problematiche delle sue sorelle di colore e che nel movimento antirazzista erano vittime del sessismo dei loro fratelli, quindi non erano in grado di fare sentire la loro voce in nessuno dei due spazi. Questa scoperta ha portato allo sviluppo di un femminismo specifico di donne “razzializzate” per la cura dei loro interessi senza dipendere dalla agenzia femminista o antirazzista globale".
Dopo anni, guardando con un misto di ammirazione e di invidia agli Stati Uniti, in Europa ha cominciato a prendere forma un nuovo femminismo nero, più de-complessato e irriverente, che si avvicina alle sue radici africane e abbonda nei problemi della colonizzazione e della migrazione. Blogs, Youtube, Twitter… Internet sta permettendo la visibilità a un movimento che attinge alla teoria nata dalle esperienze di discriminazione di tutti i giorni. E la Francia, uno dei paesi europei con la più grande popolazione nera di origine africana, registra questa nuova ondata del femminismo afro - europeo.
 No, non ci liberano noi ci facciamo carico.

"Ci sono donne a favore del velo come ci sono neri a favore della schiavitù”. "Colonizzazione? La Francia non è responsabile di aver voluto condividere la sua cultura con i popoli dell'Africa, dell'Asia o dell'America. " Queste sono alcune perle lanciate nel 2016 da membri della classe politica francese. Su Twitter o Youtube, attiviste come Mrs. Roots, Naya, La Copine Doudou o Haitiano Molotov, colpiscono senza pietà e con una corrosiva ironia gli autori di quelle uscite dal tono razzista,
mentre tessono alleanze con altre femministe nere.
In assenza di una Accademia dove teorizzare, le afrofeministe francesi si incontrano sulle reti sociali. E’stato proprio su Internet che è nato nel 2014, il collettivo Mwasi (donna in lingua lingala). Combattive e viscerali, eccessivamente radicali per alcuni, le Mwasi usano la lotta non mista come primo strumento di auto-emancipazione e moltiplicano le loro azioni di denuncia sia sul virtuale sia nelle strade: dai forum, ai dibattiti e manifestazioni, attraverso azioni di sostegno delle donne migranti. Fortemente politicizzate, si dichiarano anti-capitaliste, anti-imperialiste pro-velo e pro-legalizzazione della prostituzione, ciò che nel paesaggio femminista francese per lo più opposto al lavoro sessuale e allo abbigliamento islamico, è una dichiarazione di principi.

"La visione del femminismo bianco tende a dimenticare la realtà di altri continenti, di altre culture, di altre classi e di altre religioni, ha detto Aminata Coulibaly-M'Bengue, francese di 21 anni di origine senegalese.  "La mia famiglia è musulmana e anche se non siamo praticanti, le costanti critiche sullo uso del velo, mi disturbano profondamente. Sento che viviamo una doppia ma anche tripla oppressione: come donne, come nere, come musulmane”. 
Aminata Coulibaly-M’Bengue, militante femminista e anti-razzista

Le afro - femministe esigono riparazione e memoria sul passato schiavista e colonialista della Francia e che sia studiato nelle scuole “ allo stesso modo in cui si studia il collaborazionismo durante il periodo nazista." Esse criticano anche il neocolonialismo francese in Africa. Stéphanie, femminista ivoriana, di 25 anni, che vive da dieci nel Hexagon, si esprime con durezza: "E 'una vergogna come si comporta la Francia in Africa, come se si trattasse del cortile di casa sua. Interviene in Mali, nella Repubblica Centroafricana, ci dice come le cose devono essere fatte e noi lo compriamo. La Françafrique ancora ci lega a una sorta di schiavitù mentale, ” afferma.
Dalle roccaforti del passato coloniale francese, conoscono bene il resto delle loro vittime, soprattutto, le discendenti della emigrazione dal Maghreb, la rivolta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia, onnipresente nella vita quotidiana della Repubblica. Forse, una delle forze dell’afrofemminismo francese risiede nella alleanza con il femminismo islamico, entrambi inseriti nel femminismo postcoloniale, così come nel movimento anti-razzista. Anche in questo si cominciano a distinguersi attiviste con il nome di donna.
Nel mese di luglio, la morte a Parigi, di un ragazzo negro di 24, Adama Traoré, in custodia della polizia, ha dato forza al movimento Black Lives Matters in Francia. Di fronte alle manifestazioni a favore della verità e della giustizia, si trovava una delle sorelle del ragazzo morto, Assa Traoré.  E due donne, la mwasi Fania Nöel e Sihame Assbaghe, altra famosa militante antirazzista di origine magrebina sono state le organizzatrici nel mese di agosto del primo "campo decoloniale" in Francia, uno spazio diretto e limitato a persone razzializzate, quelle “che hanno sofferto il razzismo di Stato sulla propria pelle”. L’evento ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro sui Media e tra la classe politica francese, accusando le sue promotrici di comunitarismo, segregazionismo e razzismo anti-bianco.
Questo evento ha posto in primo piano, la questione della lotta non mista, molto presente nell’afro-femminismo e difeso a tutti i costi da parte del Mwasi. Il loro grido di battaglia è “ No, non ci liberano, noi ce ne facciamo carico ”.
"Questo non è un movimento segregazionista. Semplicemente è necessario creare spazi non misti in un luogo e tempo limitati, spazi di parentesi in cui non c'è timore di sottoporsi agli occhi di chi è parte del gruppo oppressore”, sostiene Rokhaya Diallo.
Invisibilizzate
 Le intervistate concordano: il razzismo istituzionale, rimane una triste realtà in Francia.
"In questo paese non ci sono statistiche ufficiali di tipo etnico. C'è una sorta di bisogno di dire 'siamo tutti uguali ". Anche se non lo siamo”, denuncia Aminata. Nessuna esagerazione: la parola 'razza' è stata cancellata dalla Costituzione nel 2013, come se cancellarla servisse a distruggere la discriminazione quotidiana in base al colore della pelle.
Nel caso particolare delle donne nere, le afrofemministe sottolineano la loro invisibilità assoluta in tutti i settori – sociale, economica e politica – della vita quotidiana della Repubblica. "Se si guarda ai politici, alla Assemblea Nazionale francese, ti rendi conto che non ti rappresenta per niente. Quante donne nere ci sono? Nessuna.  C’è stata Christiane Taubira (ex ministra di Giustizia) e oggi neppure questo “*- dichiara esasperata Aminata. "Per quanto riguarda i media, i film, le serie ... si trova una totale assenza di donne nere, e quando ci sono appaiono rappresentate solo da luoghi comuni”.
Contro questi stereotipi si rivolta una delle voci più autorevoli del panorama afrofemminista francese, la ex attrice e regista Amandine Gay: “ Nella mia carriera di attrice ho quasi sempre interpretato clandestine, tossicodipendenti, prostitute, spogliarelliste, donne che entrano ed escono dalla prigione. Qui, se sei negra, in un film è una parte storica obbligatoria”, ha recentemente denunciato.
Gay, autrice del vibrante documentario Ouvrir La voix, che affronta l'esperienza delle Afroeuropee, si scagliava contro l'immagine che offrono determinate produzioni audiovisive come il film Bande de Filles, Céline Sciamma (uscito in Spagna nel 2015 come Girlhood) perché, nonostante abbia dato risalto – cosa rara – come protagoniste alle donne nere, appaiono tutti gli stereotipi della Niafou, soprannome peggiorativo dato alle ragazze negre delle banlieue (quartieri a basso reddito, generalmente problematici, delle periferie francesi): volgari, sboccate, violente, in costantemente legate alla delinquenza . "Ancora una volta, le donne nere della banlieue secondo la visione ...di una regista bianca", ha riassunto.
Questa ricorrente rappresentazione simbolica delle donne nere come elemento esotico, selvaggio, senza parola, è alla unanimità criticata dalle afro - femministe. “ Esiste in Europa una specie di fantasma della donna nera, che viene da epoca coloniale", dice Stephanie. “ Ci erotizzano, ci considerano solamente esseri sensuali e sessuali. Ci disumanizzano”.
Inoltre, lamentano che il peggio arriva quando questo disprezzo della maggioranza bianca privilegiata diventa paternalismo. Aminata, studentessa di Scienze Politiche alla Sorbona, si ribella: "Odio quando si rivolgono a me perché donna nera e mi dicono ‘tu non sei come le altre donne nere, tu sei civilizzata', come se fosse un complimento."
Rohaya Diallo si sofferma in questa cosiddetta politica della rispettabilità: "Per essere accettata e degna di rispetto, per non subire razzismo, devi essere registrata in tutti i codici dominanti. Questo passa per agire, parlare o andare vestita e pettinata in un certo modo: come le bianche ".


La estetica come arma di potenziamento.

Per ribellarsi a questa stigmatizzazione, fin dai suoi inizi, l’afro-femminismo ha impiegato la estetica come forma di riappropriazione di una identità che è stata sistematicamente ignorata.  "I capelli sono importanti per essere parte della donna negra che si vuole sempre cancellare. Oggi la maggior parte di noi porta il suo capello afro stirato o nascosto sotto le extension. Siamo nati in un mondo che non vede quei tratti come estetica accettabile ed è per questo una lotta così importante come il colore della pelle ", ha detto la giornalista, autrice di un libro intitolato" Afro " nel quale ritrae 120 francesi neri e nere o meticci con il loro capello al naturale.
 Rokhaya Diallo, giornalista e militante afrofemminista
Questo tentativo di rivalutare l'estetica africana è evidente nella blogosfera e Youtube, dove cominciano a emergere numerose pagine di moda e bellezza focalizzate su donne nere.  Alcune di successo come Fatou Diaye, autrice del blog Black Beauty Bag, in collaborazione con L'Oreal apparsa spesso nelle riviste di moda. Diallo si entusiasma: “E’ importante che persone come Diaye iscriva nel paesaggio pubblico donne nere, non complessate circa il loro fisico e forme".
[…]


Guardare alle radici africane

L’afro-femminismo si apre la strada in Europa e cerca la propria identità di fronte alla corrente statunitense, comprendendo che la gran parte della sua popolazione nera è di origine africana, discendente di schiavi o figlia e nipote di immigrati, con la quale ha una vicinanza più immediata sia geografica sia sentimentale, con il continente dei loro genitori, nonni e antenati.
[…]
“Vogliamo riappropriarci di tutti i termini dispregiativi: negra (il termine è molto offensivo di fronte al neutro nero o black), Niafou, ecc. Non voglio che mi distinguano da altre donne negre, che non parlano bene il francese, che non vanno vestite come me, non voglio che mi dicano ‘tu sei migliore delle altre’, non voglio non essere solidale con le altre donne negre perché sono immigrate o di classe popolare ", afferma Diallo Rokhaya.

Dalla ricerca di propri referenti si è discusso ai primi di settembre e in occasione della conferenza 'Black Feminism, and The Politics of Women of Color’, presso l'Università di Edimburgo, in Scozia, dove le partecipanti provenienti da Regno Unito, Irlanda, Olanda e Francia, hanno discusso temi quali la migrazione, lo spostamento, la discriminazione o la violenza fisica e simbolica contro le donne nere in una prospettiva europea. Nello stesso periodo in Brasile, la celebrazione del Forum Internazionale di AWID (Associazione per i diritti della donna e lo Sviluppo) ha avuto come preludio un forum su femminismi nero, che ha permesso di sottolineare nella sua diversità, con partecipanti provenienti da Europa, Africa, Stati Uniti, America Latina e nei Caraibi.

“"Nonostante le somiglianze, le nostre realtà europee non sono quelle delle afroamericane.
In realtà, ci sforziamo di concepire un afrofemminismo locale,che non ci impedisca di essere solidali con le lotte sviluppate dalle nostre sorelle della diaspora nera in tutto il mondo ", ha spiegato sul sito della AWID, un'altra mwasi, Sharone Omankoy.



 L'intervista è stata realizzata dopo le dimissioni di Christianne Taubira che si è opposta al progetto da parte del governo francese di ritirare la nazionalità francese agli accusati di terrorismo e prima di essere nominata come ministra Ericka Bareigts. 



traduzione di Lia Di Peri


sabato 17 settembre 2016

Con il costume da bagno abbiamo sbagliato


di  Brigitte Vasallo







Il tormentone estivo sono notizie che appaiono, sovra-dimensionate in momenti di scarsa attività giornalistica nei quali non c’è bisogno di riempire giornali e riviste. Notizie che scompaiono come una tempesta, a fine estate, quando i "gravi" problemi ritornano a riempire le pagine.
Quest’anno il tormentone è stato particolarmente velenoso dato che ha messo al centro delle battute internazionali i corpi e le vite delle compagne musulmane che usano fare il bagno con un indumento intero, chiamato impropriamente “burkini”.
Dal momento del divieto di usare questo indumento da parte di alcuni sindaci conservatori francesi e la conseguente espulsione dallo spazio pubblico di alcune donne, il rumore assordante ha assaltato la scena.
A ciascuno di noi fanno male certe cose: a me fa male il femminismo. E, nello Stato spagnolo, gran parte di femminismi sono rimasti impigliati nell’alimentare il tormentone con dibattiti fuori luogo, invece di collegarsi con le compagne aggredite. Siamo state così preoccupate nel tastare il polso al “problema”, che lo abbiamo perso di vista completamente e il dibattito femminista per la maggior parte non si è centrato sulla aggressione né sulle libertà ma sullo abbigliamento. La sempre eterna ossessione per il velo. Perché c’è costato tanto, in generale, denunciare l'aggressione senza ma e senza se e senza dubbi? Perché abbiamo speso molte ore ad analizzare le aggredite e i loro corpi? Cercherò di spiegare il motivo per cui il dibattito è parte dell'aggressione stessa.
La responsabilità della propria ignoranza
Chiariamo fin dall'inizio: il cosiddetto burkini è un hijab; è un indumento che usano sulla spiaggia, le compagne che portano il velo nelle strade. Tutte le analisi intelligenti e iper-ventilate, equiparando il nome commerciale burkini con il burqa o con un niqab sono analisi semplicemente ridicole. Si sa che agitare le acque favorisce i pescatori, così ciascuno ha usato la tecnica del caos concettuale come meglio poteva. E noi femministe che spesso abbiamo rivendicato che gli uomini si formino nel femminismo, che tante volte abbiamo affermato che non è nostra responsabilità educarli, ci siamo perse in cose così semplici come distinguere un hijab, burka e niqab, con tutto il peso politico che tali denominazioni comportano e con tutta la confusione generata dalla nostra ignoranza. Non possiamo sapere tutto, certamente. Non possiamo però, opinare su cose, che non abbiamo neppure guardato su un dizionario.
Perché non possiamo opinare!
Lo ribadisco: in un contesto di disuguaglianza e di violenza, noi non- musulmane non dobbiamo continuare a mettere in discussione le strategie delle musulmane per sopravvivere a questa disuguaglianza e violenza. Nessuno ci sta chiedendo la nostra opinione ma stiamo solo esercitando il nostro potere per esigere che le altre si giustifichino di fronte e a noi, che ci chiedano il permesso, per così poter scegliere, decretare, se glielo concediamo o no.
Eppure, noi siamo le prime a esigere che gli uomini rivedano i loro privilegi, prima di discutere sulle strategie delle donne. Come ci suona quando davanti a una aggressione machista, alcuni uomini iniziano a discutere sui vestiti delle donne, se la gonna era corta o, al contrario, se così “truccata”, è normale essere aggredita?
Dire che non dovremmo mettere in discussione o dibattere sul velo o sul niqab non è una questione di raffinatezza attivista, come direbbe Itziar Ziga. Al contrario, i dibattiti fanno parte della violenza razzista che esercitiamo e, in questo caso particolare, penso che sia stata la vera e propria aggressione, di là dall’intervento effettivo della polizia sulle spiagge. Le discussioni sulle reti sociali, assordanti, hanno dimostrato ancora una volta chi pensiamo sia il soggetto e chi l’oggetto, quali voci non abbiano nessun valore, quali donne non riconosciamo come donne ma come mere sagome inerti di uomini manipolatori. Se il femminismo ci ha insegnato che le donne siamo soggetti della nostra vita e non solo appendici, non capisco allora cosa ci abbia insegnato.
Il problema non è il velo: è il razzismo.
Uso il termine “islamofobia di genere” perché è stato coniato e sviluppato dalla femminista musulmana Jasmin Zine, tra le altre. Un termine, quindi, che nasce dalla comunità identificata e che molte donne musulmane stanno utilizzando per auto-identificare la loro oppressione. Con questo termine si punta alla intersezione tra la islamofobia e il machismo. La intersezionalità, più nominata che applicata, nasce dal pensiero collettivo femminista nero e lesbico Combahee River Collective per analizzare come le oppressioni non si sommino, semplicemente, ma interagiscono tra di loro. Cioè: l’islamofobia di genere non è da un lato machismo e dall’altro, islamofobia ma un asse di discriminazione e violenza specifica, derivante da un incrocio tra i due. Non si può analizzare, quindi, la situazione delle donne musulmane in Europa, puntando solo sul machismo (o una forma di machismo), perché sono anche in una situazione di violenza razzista (l’islamofobia è una forma di razzismo, come hanno sviluppato ampiamente da persone come Ángeles Ramirez o Ramón Grosfoguel).
Noi femministe bianche non soltanto siamo donne ma siamo anche bianche. Come dice Lucas Platero, tutte le identità sono intersezionali, in modo che quando analizziamo l'hijab (o il costume da bagno per tutto il corpo) non lo facciamo solamente come donne ma agisce nella analisi anche il fatto di essere bianche (e intendo in questo caso, la parola bianca come non –musulmana). Ed è a mio parere la parte essenziale, perché punta alla violenza che esercitiamo ma che potremmo fermare immediatamente. Ma che non fermiamo.
Lo sguardo sul hijab dei femminismi bianchi ha parallelismi con la lotta per l’aborto negli Stati Uniti negli anni '70, una lotta guidata dalle bianche, che ebbe poco impatto sulle donne nere e portoricane, secondo quanto racconta Angela Davis in Donne, Razza, Classe e che erano tuttavia, quelle che subivano di più gli aborti illegali e, di conseguenza, sarebbero dovuto essere quelle più interessate alla legalizzazione. La questione era radicata nel fatto che il femminismo bianco era focalizzato sul diritto all’aborto mentre le donne nere e portoricane, che provenivano da una storia di schiavitù e di sterilizzazione forzata, non rivendicavano il diritto ad abortire ma al controllo delle nascite, cosa che includeva la resistenza e la resistenza a pratiche eugenetiche.
Nei femminismi egemonici ci riempiamo la bocca con le libertà ma facciamo acqua al primo costume che incrociamo. Perché continuiamo a essere ancorate nella universalizzazione della sua esperienza e, un’ esperienza universale del femminismo bianco, è la nudità come pratica di libertà di fronte a un ambiente che ci imponeva di vestirci.
Però, cosa succede quando questa nudità diventa imposizione? E inoltre, cosa accade quando questa imposizione comporta una restrizione identitaria? Nel documentario di Al Nisa, alcune compagne lesbiche e musulmane spiegano che l'hijab è per loro una forma molto importante di visibilità, come passeggiare mano nella mano con la propria ragazza.
Non possiamo discutere sulle decisioni da soggettività ed esperienze diverse dalle nostre. Tranne quando parte della oppressione su queste soggettività, la costruisce precisamente i nostri pregiudizi. Se qualcosa ci può unire, è il diritto al proprio corpo e che ognuno lo definisca nel contesto che gli è più appropriato alla sua soggettività e alle sue esperienze. Difendere però la libertà come pratica e non difendere un oggetto contenitore di questa pratica di libertà è complicato. Poiché il risultato della pratica non sempre piace. Quindi preferiamo sacrificare la libertà, anche se mascheriamo questo sacrificio e finiamo con il nominarlo libertà. E, di fatto, lo è. Però la nostra. Solo la nostra.
In questi “altri” corpi interagiscono oppressioni che noi bianche non viviamo. Come spiega Jasmin Zine, nell’era post 11 settembre “ la islamofobia di genere ha rivitalizzato sia la retorica e le rappresentazioni di donne ritardate, oppresse e politicamente immature che hanno bisogno di essere liberate e riscattate attraverso degli interventi imperialisti come anche i pregiudizi dello estremismo religioso e i discorsi puritani che legittimano narrative limitanti della femminilità islamica e ostacola i diritti umani e le libertà di queste donne”. Così davanti a un caso eclatante di islamofobia di genere come è stata la espulsione di alcune donne musulmane dalle spiagge, le analisi del femminismo bianco si concentrano ossessivamente sulla denuncia del “patriarcato musulmano” e non sulla polizia bianca, rappresentando le donne musulmane come vittime che non capiscono sicuramente la propria situazione. Queste analisi che mettono a tacere il fatto che le musulmane in Europa sono sotto la violenza razzista non si situano in un luogo contrario al patriarcato che pretendono di denunciare ma sono parte della stessa oppressione intersezionale.
Così il tormentone di questa estate è stato un eccessivo esercizio di purplewashing: uomini chiaramente machisti e anche donne femministe usando una presunta preoccupazione per le donne hanno legittimato la esclusione e la disumanizzazione di quelle stesse donne. Gli articoli che abbiamo visto circolare questa estate, utilizzando contro le musulmane le analisi delle femministe arabe laiche decontestualizzate - dando per scontato che non le conoscono e ci sarebbe da mostrargliele o assumendo che quelle femministe non sono compagne di lotta – sono parte dell’infantilizzazione razzista e machista.Non aggiunte ma incrociate.
Contro il divieto... ma
C'è una linea discorsiva che riaffiora ogni volta che il gruppo di donne musulmane in Europa ricevono un'aggressione, come lo sono le leggi restrittive dirette contro di loro. Il discorso consiste nel demonizzarle, trasformarle in minaccia latente e, infine, fare in modo che le aggredite siano potenziali aggressori contro quelle che le vogliono proteggere.
La prima parte di questo discorso usa la comparazione con l’Arabia Saudita, Iran o Afghanistan. La cosa interessante di questo movimento dialettico è che compara a soggetti subalterni in Europa, donne e razzializzati, in quanto musulmane (e non parliamo ella questione di classe o di posizione amministrativa a non essere omogenee nella comunità) e, lungi dal comparare la loro situazione con altri soggetti subalterni in Arabia Saudita, Iran o Afghanistan, le compariamo con il potere esistente in questi luoghi. Vale a dire, ai nostri occhi, sotto lo sguardo dell’Occidente, come direbbe Mohanty, le musulmane in Europa, non sono esse stesse musulmane sotto i regimi teocratici, ma diventano come per magia legislatori uomini, che ostentano il potere. La creatrice (australiana) del burkini avrebbe posto il nome commerciale in modo simpatico. Non ha tenuto conto, però della ignoranza europea, capace di confondere un burqa afghano con questo pezzo di lycra dai colori vivaci, che è un incubo per qualsiasi estremista religioso che si rispetti. E, di conseguenza, abbiamo la demonizzazione consumata: le compagne che scendono verso la spiaggia con il corrispondente costume sono state chiamate wahhabite, salafite, terroriste e non so che altro. Anche da persone che hanno detto che non hanno problemi con il velo: ma che questo era troppo. Con il costume da bagno abbiamo toppato. Abbiamo concesso il “permesso” per il velo ma non la libertà sul proprio corpo.
Una volta che i termini wahabita e salafita sono circolati, come sfacciati sinonimi di musulmano e musulmana sono suonati tutti gli allarmi e le compagne espulse dallo spazio pubblico sono diventate una minaccia latente, che nonostante la bruttezza di quelle immagini della polizia che le denuda a Cannes, devono essere controllate dallo Stato, perché rappresentano una minaccia per le libertà di tutte (e lo stato patriarcale, a quanto pare, è improvvisamente il garante della libertà). E di nuovo al punto di partenza.
La lotta per le libertà in Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Francia o Germania sono la stessa lotta, con obiettivi contestuali diversi. La libertà è abortire o tenere i figli? Dipende poi da se ti obbligano o tenerli o ti sterilizzano perché tu non li abbia. La libertà è velarsi o denudarsi? Perché di nuovo, la libertà è poter prendere le proprie decisioni, in un senso o in un altro. E quello che facciamo dai femminismi è creare spazi di resistenza ai poteri dove le possibilità di scelta si vadano ampliando.
Questa forma di disumanizzazione, secondo la quale le musulmane smettono di essere persone per diventare oggetto di analisi, di legislazione, di dibattito sulle reti e di opinione, congelate nel tempo, nella speranza che “noi” riusciamo a capire la questione, e così concediamo loro lo status di umanità o no, è la struttura base del razzismo, fissata da Frantz Fanon già negli anni ’50.
Poco importa che questa volta il razzismo è nascosto sotto lo slogan "tutte le religioni sono uguali". La frase in sé non ha consistenza alcuna. Che cosa hanno in comune lo zoroastrismo e il culto yoruba? Una frase del genere risponde solo alla universalizzazione della singola esperienza, che è caratteristica dello etnocentrismo e della colonialità, così come del razzismo culturalista, che definisce la cultura Occidentale non come una deriva culturale particolare, tra le molte altre, bensì come la migliore. E tra movimenti di resistenza europei (femminismi, comunismi, l'anarchismi, ecc) l’ateismo è costitutivo e centrale. Un ateismo che non ha saputo distinguere tra le istituzioni del potere religioso, la filosofia e la spiritualità delle persone e che finisce con lo uguagliare il vescovo Cañizares con Malcom X o con Muhammad Ali, la teologia della liberazione cristiana con Daesh. Sono tutti uguali? Così, con il pretesto di combattere tutte le "religioni" ciò che è promosso è una lotta di civiltà nel più puro stile di Huntington, una versione contemporanea dei mori e dei cristiani. La dialettica della lotta contro il terrorismo di Bush, ha intrappolato anche e molto chiaramente, i movimenti che si credono anti-imperialisti. Se ci sono movimenti occidentali che considerano che la lotta contro quello che essi intendono per religione, sia una loro priorità vada da sé che debbano formarsi molto in religioni e molto in colonialismo e razzismo, per fare davvero una lotta pulita e giusta con le persone. E dovranno essere molto attenti alle articolazioni e ai privilegi che ci segnalano costantemente, mentre stiamo guardando dall’altro lato.
Sopra il femminismo islamico
In questo spazio tanto infinitamente scomodo e così attraversato dalla violenza, che è la intersezione tra la islamofobia e le letture patriarcali e colonialiste dello Islam, si situano una serie di movimenti: i femminismi islamici, la prospettiva de coloniale, l’islam queer…
Ho sempre rifiutato di parlare, scrivere o insegnare sopra di essi, poiché è parte del privilegio bianco usurpare tranquillamente il lavoro dei /delle compagni /compagne: per il razzismo è sempre più credibile ascoltare una atea che puntare alla conoscenza data. Lo spazio per spiegare il suo lavoro è per le persone che stanno producendo conoscenza.
Il mio spazio, se è qualcosa, è combattere la islamofobia tra persone che come me, sono state costruite in essa. Tuttavia, a forza di non parlare si è generata una bufala, che ho necessità per una volta di chiarire. Il movimento femminista islamico non è un movimento univoco né uniforme. In realtà, dobbiamo chiamarlo al plurale: femminismi islamici. Ed è un movimento che si verifica in tutto il mondo (l'Islam non è un paese): ci sono femministe islamiche europee, americane dal nord al sud, arabe, indonesiane, sudafricane, nigeriane. E le loro opinioni sul hijab sono molteplici. I femminismi islamici hanno le loro mistiche della femminilità, è chiaro, però è qualcosa che abbiamo anche nel femminismo bianco e nessuno lo considera invalidante. Questa dicotomia secondo la quale le femministe laiche arabi sono contro l'hijab e femministe islamiche sono favorevoli è falsa e interessata: femministe islamiche come Amina Wadud, Asma Barlas, Leila Ahmed o Azzizah Al Hibri, non lo considerano una prerogativa religiosa. Nel documentario The Noble Struggle di Amina Wadud, questa spiega, mentre la pettinano in un salone di bellezza, che le sue antenate, portate come schiave in America, non potevano scegliere come vestirsi e sono state spesso costrette a comparire nude. Cosicché per una nera statunitense coprirsi era per lei una rivendicazione. L'hijab, spiega, la rende riconoscibile come musulmana e ciò le piace ma le dà fastidio non essere riconosciuta come afroamericana. Così alterna: si copre in occasioni più ufficiali e si scopre durante la giornata. Nulla di più.
In Red Musulmanas, dove ho la fortuna di partecipare da anni, molte compagne non lo indossano e altre, sì. E questa questione non crea alcun problema. Però tutte sono a favore della libertà delle donne in tutti gli spazi dove questa libertà si vuole restringere.
Non “difendo” il femminismo islamico, l’islam queer o l’islam de coloniale: sono movimenti che non ne hanno bisogno e in quanto non sono musulmana, anche se imparo moltissimo da essi. Ciò che difendo è la loro possibilità di esserci e li considero necessari per tante altre persone. Ciò di cui c'è bisogno è la loro esistenza. Perché io penso femminista e credo che il femminismo sia un movimento che liberi, in qualsiasi luogo si iscriva, perché il femminismo mi ha dato la vita e mi ha fatto capire il mondo; perché mi ha insegnato ad articolarmi e mi ha insegnato il desiderio di articolarmi con altre donne, femministe o no, con altre persone femminista, donne o no. Perché mi ha fatto capire le mie ferite e anche le ferite altrui a partire dalle mie. E perché ho bisogno di un mondo dove sia possibile essere differenti e dove la differenza non sia un conflitto ma un luogo di scoperta, di apprendimento e di gioia.
Nel femminismo egemonico siamo molto più preoccupati per il relativismo culturale che per il razzismo. Abituate al privilegio di opinare su tutto e a opinare dalla universalità, ci sembra che stare zitte sia una dimostrazione di debolezza e codardia. Ma è una trappola. Se c'è qualche viltà, è quello di nasconderci in questo privilegio per infantilizzare, umiliare, giustificare violenze ed escludere le altre. È urgente lasciare discorsi inutili, mentre le compagne stanno soffrendo una aggressione razzista e machista e schierarci a loro favore, perché esse ne hanno bisogno.
Perché contrapporsi al proprio privilegio non ha nulla di relativismo: è ciò che io chiamo una pratica femminista di primo ordine.

traduzione di Lia Di Peri


domenica 28 agosto 2016

Epistemicidio: Così la modernità sopprime forme marginali di conoscenza.




Andy Philipps Zeballos






Non è un concetto facile da definire. Per spiegare di cosa si tratti e quale conseguenza l’epistemicidio abbia dovremmo iniziare cercando di spiegare cosa significa 'episteme'. Esso indica l’insieme delle conoscenze costruite sotto un paradigma metodologico che condizionano i modi di comprendere e interpretare il mondo in un determinato spazio-tempo. Inoltre, l’episteme tende a differenziarsi dalle credenze e opinioni.
Adesso, forse, il concetto di “epistemicidio”, può diventare un po’ più facile da capire. E’ la liquidazione di alcune forme dell’apprendere, creare e trasmettere, conoscenze – saperi comunitari, ancestrali o proprie di certe culture di vera natura in particolare dopo la nascita e l'uso del metodo scientifico come unico valido delle classi dominanti, trasformandosi quella in una sorta di garante della obiettività che ci protegge dalla soggettività dell'irrazionale.

Per Boaventura de Sousa Santos si tratta semplicemente della distruzione dei saperi propri dei popoli causata dal colonialismo europeo e nordamericano (europei sfollati).
Questa liquidazione può essere realizzata in diversi modi: la più evidente, forse, è l'annientamento fisico degli esseri umani di una certa comunità o cultura; poi ci sarà l’assimilazione culturale, l’imposizione - ricatto con cui lo Stato fornirà alcuni servizi, se queste comunità abbandoneranno determinate pratiche per altre (“ se frequenti una scuola in cui si parla la lingua ufficiale di Stato, ti daremo cibo in cambio"). Questa pratica è anche legata alle politiche di "sbiancamento" che si attuavano soprattutto nei paesi del Sud America. Un altro modo è lo sfollamento dei popoli e il conseguente "sradicamento". È per questo che alcuni studiosi come Boaventura de Sousa Santos sostiene che non è possibile la giustizia sociale globale senza giustizia cognitiva globale, e che la conoscenza scientifica della modernità sia un grande epistemicidio nello aver costretto alla marginalità le conoscenze altre. Egli differenzia cinque modi di produzione della delegittimazione razionale e dalle scienze sociali:

 La monocultura del sapere e del rigore che scredita le conoscenze alternative.
 La monocultura del tempo lineare e l'idea che la storia abbia il significato di progresso, di sviluppo al quale devono aspirare gli altri popoli non europei.
La monocultura della naturalizzazione delle differenze che occultano le gerarchie.
La monocultura della scala dominante dove il globale è egemonico e il particolare locale non conta.
La monocultura della produttività capitalista che si applica sia al lavoro sia alla natura ed elimina un’altra logica produttiva.
Occorre ricordare che non deve confondersi episteme né epistemicidio con l'epistemologia, che è comunemente definita come la branca della filosofia che studia il metodo scientifico.

L’epistemicidio andino

In un'intervista alla filosofa boliviana Silvia Rivera Cusicanqui si afferma che gli studenti universitari che provengono da zone rurali la trasmissione della cultura e della conoscenza avviene principalmente in maniera orle e attraverso mamme e nonne. Un modo di apprendimento e di valutazione più efficace per loro è quando si realizzano le dinamiche di classe e, gli esami orali, dove invece di scrivere e leggere in silenzio, si ascolta e si legge a voce alta. Gli studenti hanno risultati migliori, in generale, con gli esami orali invece di quelli scritti.

Questo ha a che fare non solo con il modo in cui è stata trasmessa la conoscenza (racconti, miti, storie, aneddoti, ecc), generazione dopo generazione, ma con una cultura "verbale", che può essere materializzata in canti e musica. Un buon esempio può essere visto nel film “Il seno impaurito” (La Teta asustada”) ", dove la protagonista conosce la (terribile) storia di sua madre attraverso canti armoniosi e tranquilli che le cantava in lingua quechua.
Quindi, una volta raggiunto questo punto è molto complicato non notare che il modo occidentale di creare conoscenza (scienza / metodo scientifico), anche se dominante, è uno tra il mare di possibilità e modi che ci sono per conoscere, osservare e trasmette il sapere: sapere non occidentale.  Insieme con il genocidio avvenuto sia direttamente (omicidi e torture sistematiche) e indirettamente (diffusione di malattie infettive) dopo la "conquista dell'America", l'evangelizzazione forzata o il divieto dei riti/pratiche pagane (come ad esempio parlare in lingue non romanze) tra gli altri nel Indio- America Latina si è commesso e si continua a commettere da parte degli stati-nazione ereditati dall'ultima fase di riorganizzazione della elite vicereale, uno dei maggiori epistemicidi di tutti i tempi. Questo, per esempio, è stato ben illustrato dagli incroci o dallo sbiancamento, una politica ufficiale in alcuni paesi della America “ Latina” fondata sullo oblio facendo credere che la idea della memoria minacci la pace mentale del meticcio, che non vuole più essere un indio. Queste ferite non si sono rimarginate nella memoria delle popolazioni indigene e persino un neo-conservatore come S. Huntington riconosce che "L'Occidente non ha vinto la guerra per la superiorità delle sue idee o valori o la religione, ma dalla superiorità nella capacità di applicare la violenza più organizzata ".
La ristretta gamma di epistemi è conseguenza anche della assenza di risposte sia nella dimensione filosofica sia tecnica.. Oggi, nessuno può negare la profonda e sorprendente conoscenza che i Maya possedevano degli astri e la misurazione (un esempio è la significativa influenza nella modificazione dal calendario giuliano a quello gregoriano) o la conoscenza che avevano gli Inca dell’architettura e agricoltura. Anche oggi, in un momento in cui si cercano forme alternative di coesistenza tra gli esseri umani e il pianeta terra, non sono per nulla disprezzabili alcune delle lezioni che i popoli indigeni hanno condiviso e, tuttora, condividono sui diversi modi di coesistenza con l’ambiente, facendo conoscere a tutti noi che la vita umana è compatibile (e anche armonizzabile) con la "Pachamama".
Il successo del sistema mondiale moderno/coloniale, come sostiene Ramon Grosfoguel, nel suo libro “La decolonizzazione della economia politica e gli studi postcoloniali “ consiste nel "far sì che soggetti socialmente ubicati nel lato oppresso della differenza coloniale, possano pensare in modo sistematico come quelli che chi si trova in una posizione dominante. Le prospettive epistemiche subalterne sono la conoscenza che proviene dal basso e produce una prospettiva critica del sapere egemonico nelle relazioni di potere coinvolte ".

Speriamo che non sia troppo tardi

Non siamo i primi a lamentare questo tragico evento, la perdita di ricchezza intellettuale, culturale ed epistemica.
In letteratura questa idea della scomparsa della alterità, l'imposizione del pensiero Unico e la egemonia culturale dell'occidente nei cinque continenti angosciava lo stesso Levi-Strauss, che scriveva durante il suo viaggio per le foreste occidentali del Brasile: " quanto minori erano le possibilità delle culture umane di comunicare tra di loro, meno capaci erano i loro emissari di percepire la ricchezza e il significato di questa diversità. " (Tristi Tropici, 1955).
Anche se forse dove meglio è catturato questo senso di vuoto e di apatia è la scena successiva di "Cent'anni di solitudine", quando uno dei figli illegittimi del colonnello Buendia chiede alla bisnonna Úrsula se la storia che raccontano gli anziani sugli ‘esotici’ oggetti portati dagli zingari (soprattutto Melquiades) a Macondo fosse vera oppure no:

"Stupito, chiese a Ursula se tutto questo fosse vero, e lei rispose di sì, che molto tempo prima gli zingari portarono a Macondo meravigliose lampade e tappeti volanti.
Quello che accade – sospirò - è che il mondo va finendo poco a poco e non arrivano più queste cose”.


traduzione di Lia Di Peri

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